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Cos'è la Riflettografia
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Rappresentazione schematica delle principali tecniche di analisi
per imaging: fotografia dall’ultravioletto al visibile (immagine della superficie), riflettografia nell’infrarosso
(immagine del disegno sulla preparazione), radiografia (immagine dell’intensità della radiazione X determinata dalla
trasparenza dello strato di colore, dello strato di preparazione e del supporto).
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La riflettografia infrarossa è una metodologia di indagine ottica che si applica in genere ai dipinti, ai manoscritti e ai disegni.
Essa è inquadrabile fra le tecniche di imaging quali l’analisi fotografica nelle diverse versioni (macrofotografia,
riprese in luce radente, IR, UV, falso colore, etc.), la radiografia, la spettroscopia per immagini.
La riflettografia in infrarosso può essere considerata la naturale evoluzione della fotografia infrarossa, eseguita
tradizionalmente con pellicole bianco/nero sensibili fino a circa 800 nm. L’impiego delle moderne telecamere - è più
recentemente di fotocamere a stato solido - permette, infatti, di ottenere riprese fino a lunghezze d’onda nella zona dell’infrarosso
vicino (NIR: 800-2000 nm) e perciò l’indagine riflettografica è particolarmente adatta a rendere visibile il disegno
(denominato disegno sottostante ovvero soggiacente o underdrawing) tracciato dall'autore sulla preparazione presente sotto lo strato pittorico. Infatti, per valori più elevati di lunghezza
d’onda gli strati di pittura hanno in generale una trasparenza molto maggiore che nella zona più ristretta dello spettro
infrarosso alla quale è limitata la sensibilità della pellicola infrarosso tradizionale. L'esame del disegno
soggiacente nella maggior parte dei casi è di grande interesse per lo storico dell’arte perché rivela in modo diretto la mano dell’autore e ciò può essere di grande aiuto
per esempio nei casi di dubbia attribuzione.

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Giovanni Bellini, Madonna col Bambino, Pinacoteca di Brera, Milano.
Riflettografia eseguita nel 1996 con scanner a singolo fotodiodo, messo a punto nei laboratori dell'INOA .
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Il disegno è a volte costituito da poche tracce essenziali, in altri casi invece è eseguito
con grande dettaglio e precisione fino al tratteggio delle ombre, rappresentando così una vera e propria opera d’arte,
testimonianza fedele del processo creativo destinata a rimanere nascosta, ma per nostra fortuna resa visibile da questa tecnica.
L'analisi riflettografica inoltre è in grado di mostrare variazioni in corso d'opera (i cosiddetti pentimenti), l'estensione
di interventi di restauro e ridipinture effettuati con pigmenti moderni e, in generale, lo stato di conservazione della superficie dell'opera.
La riflettografia infrarossa è soprattutto impiegata per i dipinti su tavola o tela, raramente per le pitture murali. Nel caso
degli affreschi, infatti, non essendo trasparente all'infrarosso lo strato di intonachino, il suo uso è limitato all’esame
di zone di ripresa a secco. Si segnalano a questo proposito risultati clamorosi nei quali è stato possibile evidenziare in modo
assolutamente non distruttivo mediante la riflettografia IR la versione originale affrescata che è stata corretta da successivi
interventi; come, per esempio, il caso della foglia aggiunta in epoca successiva alla figura di Adamo nella Cappella Brancacci.
Un risultato di grande interesse dalla riflettografia nel caso degli affreschi antichi si ha per effetto della relativa trasparenza
all’infrarosso dello strato di sporcizia o di annerimento. Questo stesso effetto si utilizza per rendere maggiormente leggibili antichi
testi su pergamena o papiro anneriti dal tempo
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Prime applicazioni delle analisi riflettografiche
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Una delle prime immagini in IR dell'unico testo etrusco su papiro esistente: il
Liber Linteus. È scritto su lino con inchiostro nero d'avorio e rosso cinabro. L'indagine in infrarosso ha permesso
di rivelare molti dettagli nascosti alla luce visibile. La foto è stata scattata nel 1935 circa da Plotnikov.
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1905
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Già dal 1873 era nota l'esistenza di sostanze coloranti in grado di estendere all'infrarosso la
sensibilità dell'emulsione fotografica, ma solo dagli anni Trenta
la fotografia con l'infrarosso viene impiegata per l'esame dei
dipinti.
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1934
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Esce l'articolo di Lyon Infrared radiations
aid examinations of paintings, nel 1940 Ian Rawlins della National Gallery di Londra pubblica il
libro From the National Gallery Laboratory, in cui affianca all'indagine radiografica dei dipinti anche immagini
infrarosse.
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| 1950 |
La fotografia infrarossa diventa a partire dagli anni Cinquanta
un'analisi di routine, almeno su dipinti fiamminghi del XV secolo,
per i quali garantisce buoni risultati nella lettura del disegno
grazie soprattutto al medium oleoso e allo spessore esiguo degli
strati pittorici, oltre che dai pigmenti adoperati. In Italia l'uso della fotografia infrarossa rimane
più che altro circoscritto al campo del restauro, per individuare
zone soggette a ridipinture.
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| anni '60
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A questi
anni risalgono i primi riflettogrammi, realizzati con una
telecamera equipaggiata con rivelatore al solfuro di piombo, che
impiega circa mezz'ora per produrre ciascuna immagine tramite un
sistema a scansione interno.
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| 1968
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Il
fisico olandese van Asperen de Boer sviluppa nei tardi anni Sessanta
una metodologia che impiega telecamere sensibili all'infrarosso,
usate altrimenti per scopi termografici, sensibili fino a 2 micron.
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1980
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Si affermano dispositivi cosiddetti a stato solido per la rivelazione
della radiazione (CCD) in cui
ogni singolo fotone a contatto con il rivelatore può produrre uno
spostamento di cariche che può generare un segnale. In questi
dispositivi, presenti nelle moderne fotocamere digitali la risoluzione
spaziale può essere particolarmente elevata fino a alcune
decine di punti per millimetro.
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| 1990 |
In via sperimentale, si cominciano a usare rivelatori a stato solido
precedentemente sviluppati per scopi termografici dotati di una
maggiore estensione nell'IR rispetto a quelli al silicio, si
tratta tipicamente dei rivelatori al gallio-antimoniuro di indio (InGaAs),
e al siliciuro di platino (PtSi), i primi attivi tra 0,9 e 1,7
micron circa, i secondi tra 1,2 e 5 micron. E' nel 1991 che l'INOA
mette a punto il primo scanner con sensore costituito da un fotodiodo PIN di InGaAs.
La
risoluzione è di 16 punti per millimetro quadrato. Con questa
apparecchiatura vengono studiati nella seconda metà degli anni
'90 dipinti degli Uffizi e della Pinacoteca di Brera.
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| 2000 |
Il sistema attualmente più innovativo è un dispositivo
a scansione del piano immagine.
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| 2003 |
Dalla modifica di alcune
fotocamere digitali ad alta risoluzione l'istituto ha realizzato i
primi apparecchi estremamente compatti e ad alta risoluzione per
poter effettuare campagne di misura su estese collezioni museali.
Questi sistemi più maneggevoli, sicuri e con maggiore risoluzione
spaziale permettono di operare in condizioni di difficile accessibilità - come
nel caso tipico di opere collocate in chiese - e registrano immagini di alcuni megapixel, quindi molto definite.
D'altro canto, operando solo fino a poco oltre 1 micron, non possono così
sfruttare la trasparenza di vari pigmenti. Naturalmente tali strumenti possono essere usati per
ispezioni preliminari volte a decidere ulteriori misure con
apparecchiature con sensibilità infrarossa più estesa.
A tutt'oggi con questo sistema l'équipe formata dall'Università
degli Studi di Milano e da quella di Bologna, ha realizzato un database
di oltre 800 opere riflettografate in alcuni dei più prestigiosi
musei europei. L'archivio
delle opere è conservato presso la Scuola Normale di Pisa.
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