“Gli intellettuali e i letterati non possono darmi nulla. Gli scienziati mi danno tutto, perfino l’immortalità dell’anima”. Sembrerà strano, ma queste sono le parole del celebre pittore surrealista Salvador Dalì (1904-1989) che fino in punto di morte tenne libri di Hawking e Schroedinger sul comodino. Per tutta la vita Dalì fu ossessionato dalla scienza: moltissimi dei suoi dipinti sono ispirati alle maggiori scoperte del XX secolo e perfino la sua firma è direttamente influenzata da un’immagine scientifica. Dalì era avido di ogni tipo di letteratura scientifica, dai trattati di psicoanalisi a quelli di meccanica quantistica, dalla matematica alla genetica; tentò in ogni modo di conoscere e scambiare idee con i più celebri scienziati dell’epoca tra cui Ilya Prigogine, Severo Ochoa e James Watson, che gli chiese di illustrare il suo libro La doppia elica. Si fece amico di ricercatori in fisica, matematica e biologia, sorpresi di scoprire sotto la facciata del personaggio eccentrico sempre desideroso di scandalizzare, un brillante artista con cui poter discutere liberamente di arte e scienza. Il documentario mostra interviste - spesso inedite - in cui Dalì parla della sua passione per la scienza; ad esse si aggiungono gli interventi degli stessi scienziati a proposito del loro rapporto con Dalì, e di autorevoli storici dell’arte. Intorno agli anni Quaranta Dalì fu suggestionato dalla meccanica quantistica, nel 1945 iniziò il suo periodo atomico, tra il 1955 e il 1978 fu la volta della genetica e della struttura del DNA. Non solo: in La persistenza della memoria Dalì sembra essersi ispirato alla teoria della relatività, in Ipercubo alla quarta dimensione. Il documentario rivela un aspetto totalmente inedito dell’artista catalano e fornisce nuovi elementi per interpretare alcuni dei suoi capolavori.