Siamo negli anni Sessanta e come impazzito, in preda a un delirante anticomunismo, il comandante di una base americana manda ai suoi aerei l’ordine cifrato di attacco atomico contro l’Unione Sovietica. Spera in questo modo di spingere il Presidente a sfruttare il vantaggio acquisito per lanciare un’offensiva con buone possibilità di riuscita, ma il Presidente rifiuta il folle ricatto e convoca lo Stato maggiore al Pentagono, invitando anche l’ambasciatore sovietico. All’esercito viene intimato di prendere a tutti i costi la base, per poter ordinare il rientro degli aerei, ma qualcosa andrà storto… Il dottor Stranamore è un congegno filmico dalla struttura rigorosa e meccanica: la vicenda si risolve essenzialmente in tre soli ambienti, il passaggio da un décor all’altro è orchestrato in modo musicale, in una progressione ritmica sempre più ossessionante, all’interno della quale si verifica, paradossalmente, una sorta di crisi di comunicazione fra i tre luoghi, primo ironico segno di debolezza nell’apparato dei media. Il registro tragico-farsesco del film funziona alla perfezione e lo rende una suprema oggettivazione del problema atomico, affrontato dai potenti sulla base di quella “teoria dei giochi” che tanta parte ha avuto e ha negli studi americani di strategia. Giochi e previsioni basate sul calcolo dell’accettabile numero di morti da mettere in preventivo, che scatenano in Kubrick la disperata coscienza romantica della presenza, nella ragione umana, di un costante elemento di irrazionalità.