
Nel centenario della morte la televisione francese ha reso onore a Pasteur con un film che sintetizza in modo brillante un solo periodo, gli anni 1880-1885. Sono gli anni dell’accanita lotta contro la rabbia, un nemico che i mezzi del tempo non consentivano di vedere.
Il film ci presenta Pasteur come appassionato uomo di scienza, mettendo volutamente in secondo piano la sua vita pubblica ed anche la sua vita privata; si concentra sul racconto e sul gioco degli attori attorno a fatti concreti che si incatenano gli uni negli altri in una logica che non ha nulla da invidiare ai più accattivanti racconti polizieschi. Sapendo che spesso, nella ricerca scientifica, è il caso o l’intuizione che consentono di compiere notevoli passi avanti.
Emerge dal film una concezione nuova della ricerca scientifica che non si accontenta più solo di fare luce su zone d’ignoranza come tanti nascondigli in cui si cela la verità, ma che rivela un nuovo sguardo su ciò che Pasteur chiama “ l’impenetrabile mistero della vita e della morte”.
La storia inizia nel momento in cui è eletto a maggioranza all’Accademia di Medicina. Pasteur non ha ancora 60 anni e sebbene un attacco di emiplegia l’abbia colpito nel 1878 è ancora un uomo robusto con straordinaria capacità di lavoro.
Questo successo ufficiale - ma a questo punto è già uno scienziato celebre - non disarma i suoi nemici. Al contrario essi si scatenano, sotto incitazione di Peter, uno dei grandi chirurghi dell’epoca.
Di cosa l’accusano? Innanzitutto di non essere medico. Poi di vedere microbi ovunque.