Il soggetto di Flatlandia (flat: piatto, land: terra) è basato sull’omonimo racconto di Edwin A. Abbott, pubblicato alla fine del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna e che ancora non ha cessato di affascinare lettori giovani e adulti. È l’avventura animata di un quadrato curioso che, spinto dalle domande del nipote, impara a ragionare in più dimensioni, scoprendo così la terza e sognando la quarta, allegoria di un mondo migliore. Il pensiero controcorrente del protagonista sarà la causa della sua incarcerazione, in un mondo in cui vige una rigida organizzazione gerarchica basata sul numero dei lati e in cui non è ammesso pensare in modo controcorrente. Due sono le caratteristiche che rendono il documentario tanto interessante: da un lato Flatlandia si rivela soprattutto una straordinaria satira del conformismo e dell’intolleranza culturale (si pensi soprattutto all’epoca in cui fu scritto il romanzo di Abbott), dall’altra ci costringe a immedesimarci in un mondo bidimensionale: come è una sfera vista da un abitante dello strano paese? E le linee rette? Lo sforzo immaginativo richiesto vale la visione.