
Descritta per la prima volta nel 1817 da James Parkinson, medico londinese, la malattia che porta il nome del suo scopritore non ha ancora trovato una spiegazione completa dei meccanismi di insorgenza, nonostante sia una delle principali malattie neurologiche degenerative (solo in Italia ne soffrono più di 200.000 persone, con circa 1.200 nuovi casi l'anno).
Nel documentario la malattia ha il volto di Ruth, giovane donna inglese che da 12 anni convive con la rigidità muscolare, la lentezza dei movimenti, il tremore e tutti gli altri sintomi del Parkinson. “A volte sei fra tanta gente, tutti parlano, ridono, scherzano e tu non riesci a tirar fuori le tue parole, i tuoi pensieri. E’ una prigione psicologica e sociale”. La mancanza di espressività nei toni e nei movimenti e la difficoltà di linguaggio sono altri disturbi che rendono problematiche le interazioni sociali dei malati, accentuandone il senso di solitudine.
In questa lunga intervista Ruth parla allo spettatore, rendendolo partecipe della realtà del malato di Parkinson. Il suo racconto si sofferma sulla Stimolazione Cerebrale Profonda o DBS (Deep Brain Stimulation): tramite intervento neurochirurgico viene inserito un elettrostimolatore, dispositivo che ristabilisce la corretta attivazione dei circuiti motori cerebrali, alterata nel corso della malattia.
Particolarmente toccante la testimonianza nella seconda parte dell’intervista, quando il dispositivo è inattivo, e la malattia ha la sua piena manifestazione.